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LA DIETA VEG*
CI PROTEGGE DALLA DEMENZA SENILE!
Da Examiner.com un interessante articolo sul
tema.
25.10.2009
I vegetariani
hanno un maggior rischio di incorrere nella
demenza senile? Alcuni recenti dibattiti
sono focalizzati sulla relazione tra
vitamina B12 e funzioni cognitive nelle
persone oltre i 50 anni.
La vitamina
B12 è uno dei fattori che hanno impatto
sulle funzioni cognitive, ma secondo le più
recenti conoscenze, i vegan sono in
posizione avvantaggiata anche in questa
fascia di età. Questo perché la capacità di
assorbimento della B12 da carne e prodotti
caseari decresce sensibilmente con l'età.
L'Istituto di medicina - IOM - che
stabilisce le raccomandazioni nutrizionali
per gli americani - consiglia, per gli
over-50 l'assunzione di integratori di B12 o
il consumo di cibi arricchiti con questa
vitamina in quanto questi supplementi sono
meglio assorbiti da persone non più giovani
(NdT ricordiamo che la B12 la si assume
indirettamente dalla carne di animali
erbivori, che a loro volta la assorbono
attraverso il loro processo digestivo;
spesso negli allevamenti intensivi la B12
viene sommistrata agli animali attraverso il
mangime).
Molti
onnivori o vegetariani non sanno di queste
raccomandazioni, mentre i vegan sono invece
coscienti della necessità di assumere la
vitamina B12. Seguendo le indicazioni
fornite da tutte le fonti di informazioni
sull'alimentazione vegan, sono già abituati
all'assunzione di integratori ben prima di
raggiungere la soglia dei cinquanta.
E' vero che
la carenza di B12 comporta dei seri problemi
alle capacità cognitive, ma lo stesso è vero
per diversi altri fattori legati
all'alimentazione, ed esistono evidenze
scientifiche che mstrano come i vegan siano
a minor rischio per questi fattori. Dall'Adventist
Health Study risulta una correlazione
tra aumentato consumo di carne e declino
cognitivo nell'età avanzata. Anche elevati
livelli di colesterolo e pressione alta sono
legati ad un elevato rischio di demenza
senile. I vegetariani hanno un tasso di
ipertensione e colesterolo inferiore a
quello degli onnivori, e i vegani hanno i
tassi più bassi di tutti gli altri gruppi.
Non ci sono
ragioni per pensare che vegetariani e vegani
che assumano regolarmente integratori di B12
vadano incontro ad un più alto rischio di
demenza. E' invece vero il contrario, e cioè
che per i vegan il rischio è inferiore. Se
volete proteggere le vostre funzioni
cognitive in età avanzata, restate attivi
fisicamente e mentalmente, assumente la B12,
ed evitate i cibi di origine animale!
Fonte:
Examiner.com,
Vegetarian and vegan diets protect against
dementia, 30 settembre 2009
Belgio - giornata settimanale senza carne!
Da La Zampa.it
Gand, la prima città che
rinuncia alle bistecche
Ogni giovedì diventa vegetariana
MARCO ZATTERIN, CORRISPONDENTE DA BRUXELLES
Giovedì gnocchi, suggerisce la tradizione, ma in
realtà è ammesso ogni tipo di verdura, siano i
cavoletti della
rivale Bruxelles o l insalata belga, e ancora
formaggi, pasta, soia, tofu e frutta. Il municipio
di Gent, città
gioiello delle Fiandre che i francesi chiamano Gand,
ha deciso di archiviare la stagione dell
alimentazione onnivora per consacrare il quarto
giorno della settimana al vegetarismo. Hanno
cominciato il 7 maggio, invitando la popolazione a
bandire dalle mense i cibi d origine animale, e
facendo lo stesso nelle scuole e negli uffici
pubblici. Lo hanno chiamato «VeggieDag», il primo di
cui si abbia notizia. «E' andato tutto bene -
assicura il vicesindaco Tom Balthazar - Non si sono
lamentati neppure i macellai, non almeno per il
momento».
Oggi si celebra la seconda tornata di quella che si
sta trasformando in festa della gastronomia
alternativa. Lungo i canali e sulle case di pietra
della città natale di Carlo V sono affissi centinaia
di manifesti del «VegeGiorno». Per considerazioni
etiche, salutistiche, e soprattutto per la
consapevolezza diffusa che si sta chiedendo un po'
troppo ad un pianeta ormai sgangherato, in tanti
hanno aderito all' iniziativa. La cavalcano anche i
ristoranti, compresi i più esclusivi, che per l'
occasione hanno elaborato speciali menu nei quali
non si propone nulla che avesse occhi e bocca prima
di finire nel piatto. Se il tempo tiene, potrebbero
fare il pieno.
Balthazar si definisce «flessitariano», cioè un
vegetariano non dogmatico, uno che consuma bistecche
con laica moderazione. Racconta che l' idea del «VeggieDag»
si deve all'Eva, Ethical Vegetarian Alternative, la
maggiore organizzazione vegetariana del Belgio. «Ci
hanno convinti che era il caso di fare una campagna
in favore d'un tenore di vita migliore e
maggiormente ecocompatibile», dice il vicesindaco. A
proposito, perchéil giovedì? «Abbiamo pensato che il
venerdì è pesce, nel fine settimana nella bella
stagione da noi va il barbecue, e la domenica è
pollo; ci pareva il giorno più adatto».
Se la sono studiata bene e Balthazar rivela che ci
sono esattamente cinque ragioni per togliersi il
sangue dal piatto almeno una volta la settimana. Il
primo, è ambientale: «L' industria della carne e le
sue mandrie sono responsabili del 18% delle
emissioni a effetto serra». Segue la motivazione
«morale», orientata «a stimolare una situazione di
maggiore equilibrio nei confronti di chi non ha un
gran che da mangiare», dato che per produrre un
chilo di manzo, si ricorda, occorrono fra i 7 e i 10
chili di grano, nonché 2-3 mila litri di acqua.
Senza contare, e siamo al motivo numero tre, che a
mangiar troppa carne si facilitano le complicazioni
circolatorie e le malattie cardiache.
Al quarto posto l'esigenza di rispettare il welfare
animale, «che viene violato gravemente negli
allevamenti su larga scala». Così resta l' ultima
ragione, l'unica che non dà da pensare, anzi. «Con
un po' di esperienza si scopre che la cucina
vegetariana è buona - confessa Balthazar, che pare
trovare varie ragioni di divertimento nell'
iniziativa comunale -, e oltretutto richiede
creatività». Un gioco e qualcosa di nuovo, dunque.
C'è da scommetterci che prende piede.
Nairobi
Onu, destinare non ad allevamenti ma ad
alimentazione umana più cereali
ANSA-AFP febbraio 2009
Destinare nuovamente al consumo umano parte dei
cereali usati per nutrire gli animali e il
riciclaggio degli scarti alimentari in mangimi per
gli allevamenti, potrebbe garantire la sussistenza
per i tre miliardi di abitanti in più che avremo
sulla terra da qui al 2050. E' l'indicazione delle
Nazioni Unite.
"Solo il 43% dei cereali prodotti al mondo sono
disponibili per il consumo umano, ciò è dovuto alle
perdite durante e dopo la raccolta, e dall'utilizzo
come mangime per gli animali", sottolinea il
Programma Onu per l'ambiente (Unep) in un rapporto
sulla crisi alimentare pubblicato oggi durante la
riunione del suo consiglio amministrativo a Nairobi.
"Oltre un terzo dei cereali nel mondo sono
utilizzati per il nutrimento degli animali, una
cifra che raggiungerà il 50% nel 2050", è scritto
nel documento.
"Oltre la metà del cibo prodotto oggi nel mondo è
perduto, sprecato o buttato a causa di insufficienze
nella gestione della catena alimentare", spiega il
direttore dell'Unep, Achim Steiner, aggiungendo che,
grazie alle moderne tecnologie, gli scarti della
catena alimentare umana potrebbero essere usati come
sostitutivo dei cereali usati nel nutrimento degli
animali.
"La quantità di cereali che si renderà disponibile
con questa soluzione potrebbe nutrire l'insieme dei
3 miliardi di persone supplementari attese nel mondo
per il 2050". |
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13/12/2009
da www.agireora.org
Il Foisgras in Francia e nel mondo
E' l'inizio della fine di questa
crudelta' made in France?
Il foie gras viene prodotto e
consumato in diversi Paesi del mondo ma questo tipo di
industria, che comporta l'alimentazione forzata dei
volatili,
è largamente concentrata in uno in particolare: la
Francia. Inoltre, sono i produttori francesi che esportano
il know how nei nuovi
Paesi produttori in questo settore
(Cina) e che detengono grosse quote nelle imprese del
secondo piu' grande produttore mondiale
(Ungheria), che
fanno pubblicita' al foie gras negli Stati Uniti, ecc.
Nel 2007, sono state prodotte
27.000 tonnellate di foie gras nel mondo. La produzione
totale si ripartisce in questo modo:
Francia: 76%
Ungheria: 9%
Bulgaria: 8%
Spagna: 4%
U.S.A.: 1%
Cina: 1%
Canada (Québec): 0.6%
Israele: 0,4%
Belgio: 0,4%
La Francia da sola consuma il
68% della produzione mondiale di foie gras. Il settore del
foie gras ha ottenuto che nel 2005, il
Parlamento francese
varasse una legge che dice: "Il Fois gras è parte del
patrimonio culturale e gastronomico protetto della Francia.
"
Ora la Francia sta chiedendo all'UNESCO di classificare la
gastronomia francese come "patrimonio mondiale".
Come viene prodotto il foie
gras nel "Paese della gastronomia"?
Il foie gras è un prodotto
industriale controllato da grandi gruppi (Euralis
Gastronomie, Delpeyrat e Labeyrie). I piccoli produttori
tradizionali
rappresentano solo il 12% della produzione. Piu' del 97% dei volatili sottoposti ad alimentazione
forzata sono anatre e quindi solo il 3% sono oche.
Ogni anno nascono ottanta
milioni di anatroccoli destinati alla produzione del foie
gras. Subito dopo la schiusa delle uova, la maggior parte
delle femmine viene eliminata, tritata viva o uccisa col gas
(NdR: esattamente il contrario di quanto avviene per la
produzione di uova: li',
nelle fabbriche di pulcini i
pulcini femmina vengono tenuti, per farli diventare galline
ovaiole, i maschi vengono subito ammazzati con questi stessi
metodi).
L'alimentazione forzata dei
maschi inizia all'eta' di 80 giorni. La maggior parte (75%)
viene tenuta in piccole gabbie individuali.
Gli altri sono
rinchiusi in recinti collettivi. Due volte al giorno viene
loro spinto un tubo nello stomaco e nel giro di pochi
secondi
viene iniettato fino ad un chilo di pastone di mais
con l'ausilio di pompe pneumatiche o idrauliche. Dopo 12
giorni, se non sono gia' morti,
vengono portati al macello e
trasformati in fegato grasso o carne d'anatra.
Al termine del periodo di
alimentazione forzata, il fegato ha raggiunto fino a 10
volte le sue dimensioni normali. Gli altri organi
sono
compressi, la regolazione della temperatura corporea è
alterata, gli animali soffrono di diarrea. A causa
dell'alimentazione
forzata si sviluppano molte malattie (del
sistema digestivo, demineralizzazione delle ossa) e lesioni
dovute al passaggio del tubo di alimentazione.
Molti volatili non riescono a
sopportare questo trattamento e muoiono prima della
macellazione. Il tasso di mortalita' durante il
periodo di
alimentazione forzata è 6 volte superiore a quello della
riproduzione, che lo precede.
Maggiori informazioni sulla
produzione del foie gras si possono avere guardando i
video sul sito Stop Gavage.
Un prodotto sempre piu'
controverso a livello mondiale
il foie gras. Nel 1998, una
relazione di esperti della Commissione Europea ha dichiarato
che l'alimentazione forzata è dannosa per i volatili.
In molti Paesi, questa
pratica è proibita, sia attraverso la legislazione generale
sugli animali sia tramite regolamenti specifici.
Durante
l'ultimo decennio, il divieto è stato esteso ad alcuni Paesi
ed a uno stato americano che erano in precedenza produttori:
Polonia, Italia, Israele e California.
Nel frattempo, la produzione,
il consumo e l'esportazione del foie gras francese sono
saliti inesorabilmente, a un ritmo costante.
E tuttavia, le cose stanno
cambiando nel Paese della crudele prelibatezza. Le obiezioni
a questa pratica barbara sono diventate
molto piu' forti e
percettibili dopo la creazione di "Stop Gavage" nel 2003. Le
immagini riprese nelle fattorie hanno rivelato una realta'
ignorata dal vasto pubblico. Con l'arrivo del periodo
natalizio, diverse organizzazioni si stanno mobilitando in
molte citta' per
informare la gente di quello che gli
animali sottoposti all'alimentazione forzata devono subire.
Attualmente, i media francesi
riportano che il foie gras è
diventato un prodotto controverso. Non era cosi' fino a
cinque anni fa. Nei primi tre trimestri del 2008, le
esportazioni francesi di foie gras sono scese del 15%
rispetto allo stesso periodo del 2007. Dall'inizio del 2008,
le importazioni
francesi di foie gras sono calate del 20% ed
il consumo nelle famiglie sta diminuendo. La crisi economica
a livello mondiale
degli ultimi mesiha indubbiamente giocato
un ruolo e tuttavia queste tendenze erano gia' in atto prima
del suo verificarsi.
E' questo l'inizio della fine
della crudelta' made in France?
Fonte:
EVANA,
Foie gras: Cruelty Made in France, 1 dicembre 2008
COME DON CHISCIOTTE
13 AGOSTO 2008
GLI ESSERI UMANI NON SONO PROGETTATI PER MANGIARE CARNE
Gli esseri umani sono molto spesso descritti come
"onnivori". Questa classificazione e' basata sull'"osservazione" che
normalmente
si nutrono di una grande varieta' di cibi vegetali e animali.
Tuttavia, cultura, tradizione e formazione giocano come elementi di
disturbo
nella valutazione delle nostre pratiche alimentari. Quindi, la mera
osservazione non si puo' considerare come la tecnica migliore nel
cercare di identificare quale sia la dieta piu' "naturale" per
l'uomo. Per quanto la maggior parte degli esseri umani siano
chiaramente
onnivori dal punto di vista "comportamentale", resta da chiarire se
lo siano altrettanto da un punto di vista anatomico.
Focalizzarsi sull'anatomia e fisiologia umana rappresenta il modo
migliore e piu' obiettivo di affrontare la questione.
I mammiferi si sono anatomicamente e fisiologicamente adattati a
procurarsi e consumare un particolare tipo di cibo
(e' una pratica comune cercare di dedurre la probabile dieta delle
specie estinte attraverso l'esame delle caratteristiche
anatomiche dei loro resti fossili). Quindi, dobbiamo osservare i
mammiferi carnivori, erbivori ed onnivori per individuare quali
caratteristiche
anatomo-fisiologiche sono associate ai diversi tipi di dieta e
comparare le nostre caratteristiche per vedere a quale gruppo
apparteniamo davvero.
Volendo definire un metodo per verificare se gli umani sono degli
onnivori naturali, la procedura dovrebbe essere questa:
definire una lista di caratteristiche fisiologiche e parametri
biochimici di tutte le specie naturalmente onnivore;
individuare le caratteristiche comuni a tutte le specie;
verificare la capacità discriminante di questa lista provando ad
applicarla a specie di cui è già noto che sono onnivore, per
verificare
la bonta' del test e infine, se questo test risulta accurato e
corretto...
... verificare se i parametri della specie uomo soddisfano questo
test.
Naturalmente, questa verifica, per quanto piuttosto elementare, non
è mai stata fatta, e ogni indicazione, di qualunque fonte,
del fatto che gli umani siano "onnivori", riferisce solamente le
tendenze culturali, e non dati oggettivi di natura fisiologica e
biochimica.
Ecco dunque il confronto tra le caratteristiche dei carnivori,
erbivori, onnivori (notare che nel seguito, con il termine
"erbivori"
si comprendono anche i "frugivori").
Muscoli facciali
Carnivori: ridotti, per permettere un'ampia apertura della bocca
Erbivori: ben sviluppati
Onnivori: ridotti
Umani: ben sviluppati
Tipo di mandibola
Carnivori: ad angolo non ampio
Erbivori: ad angolo ampio
Onnivori: ad angolo non ampio
Umani: ad angolo ampio
Posizione dell'articolazione mandibolare
Carnivori: sullo stesso piano dei denti molari
Erbivori: al di sopra del piano dei molari
Onnivori: sullo stesso piano dei denti molari
Umani: al di sopra del piano dei molari
Movimento mandibolare
Carnivori: tranciamento; minimo movimento laterale
Erbivori: nessun tranciamento; buon movimento laterale e
anteriore-posteriore
Onnivori: tranciamento; minimo movimento laterale
Umani: nessun tranciamento; buon movimento laterale e
anteriore-posteriore
Principali muscoli mandibolari
Carnivori: temporali
Erbivori: massetere e pterigoideo
Onnivori: temporali
Umani: massetere e pterigoideo
Apertura bocca della bocca in rapporto alla dimensione della
testa
Carnivori: grande
Erbivori: piccola
Onnivori: grande
Umani: piccola
Denti incisivi
Carnivori: corti ed acuminati
Erbivori: ampi, piatti e a forma di spada
Onnivori: corti ed acuminati
Umani: ampi, piatti e a forma di spada
Denti canini
Carnivori: lunghi, affilati e curvi
Erbivori: non taglienti e corti o lunghi (per difesa), o assenti
Onnivori: lunghi, affilati e curvi
Umani: corti e smussati
Denti molari
Carnivori: affilati, a forma di lama frastagliata
Erbivori: piatti con cuspidi, superfici complesse
Onnivori: a lame affilate e/o piatti
Umani: piatti con cuspidi nodulari
Masticazione
Carnivori: nessuna; deglutizione del cibo intero
Erbivori: necessaria una prolungata masticazione
Onnivori: deglutizione del cibo intero e/o semplice schiacciamento
Umani: necessaria una prolungata masticazione
Saliva
Carnivori: assenza di enzimi digestivi
Erbivori: enzimi digestivi per i carboidrati
Onnivori: assenza di enzimi digestivi
Umani: enzimi digestivi per i carboidrati
Tipo di stomaco
Carnivori: semplice
Erbivori: semplice o a camere multiple
Onnivori: semplice
Umani: semplice
Acidità dello stomaco
Carnivori: pH inferiore o uguale a 1 con cibo nello stomaco
Erbivori: pH 4 - 5 con cibo nello stomaco
Onnivori: pH inferiore o uguale a 1 con cibo nello stomaco
Umani: pH 4 - 5 con cibo nello stomaco
Capacità dello stomaco
Carnivori: 60% - 70% del volume totale del tratto digestivo
Erbivori: inferiore al 30% del volume totale del tratto digestivo
Onnivori: 60% - 70% del volume totale del tratto digestivo
Umani: tra il 21% e il 27% del volume totale del tratto digestivo
Lunghezza dell'intestino tenue
Carnivori: da 3 a 6 volte la lunghezza del corpo
Erbivori: da 10 a piu' di 12 volte la lunghezza del corpo
Onnivori: da 4 a 6 volte la lunghezza del corpo
Umani: da 10 a 11 volte la lunghezza del corpo
Colon
Carnivori: semplice, corto e liscio
Erbivori: lungo, complesso, puo' essere con anse
Onnivori: semplice, corto e liscio
Umani: lungo, con anse
Fegato
Carnivori: puo' detossificare la vitamina A
Erbivori: non puo' detossificare la vitamina A
Onnivori: puo' detossificare la vitamina A
Umani: non puo' detossificare la vitamina A
Reni
Carnivori: urine estremamente concentrate
Erbivori: urine moderatamente concentrate
Onnivori: urine estremamente concentrate
Umani: urine moderatamente concentrate
Unghie
Carnivori: artigli affilati
Erbivori: unghie piatte o zoccoli
Onnivori: artigli affilati
Umani: unghie piatte
Tratto da "The Comparative Anatomy of Eating" di Milton R. Mills,
M.D.
25 settembre 2007
Dal Lancet: occorre più che dimezzare il consumo di carne
Nel numero del 13 settembre della rivista scientifica internazionale
"The Lancet", l'articolo "Cibo, allevamenti, energia,
cambiamenti
climatici e salute" mostra quanto questi aspetti siano correlati
tra
loro e quanto sia urgente una diminuzione drastica del consumo
di
carne per evitare il disastro ambientale. E la responsabilità
, sottolineano, è di tutti.
Nell'abstract, gli autori - scienziati di varie università in
Australia,
Gran Bretagna e Cile - spiegano che il cibo fornisce energia e
nutrimento, ma anche per produrlo occorre spendere energia e la
quantità di energia spesa per unità di energia ottenuta dal cibo
è in continuo aumento. La correlazione tra energia, cibo e salute
è oggi molto complessa e pone delle sfide molto serie alle istituzioni
di tutto il mondo. Esiste ancora la malnutrizione, ma esiste anche
il problema opposto della sovralimentazione, che causa obesità
e altre conseguenze per la salute molto rilevanti.
Nel mondo, le attività agricole, in special modo l'allevamento
del
bestiame, sono responsabili per circa un quinto del totale delle
emissioni di gas serra, che contribuiscono al cambiamento climatico.
Le istituzioni dovrebbero prestare una particolare attenzione
ai
rischi per la salute dovuti al rapido aumento del consumo di
carne, rischi dovuti sia all'impatto delle produzione di carne
sul
cambiamento climatico sia al diretto contributo all'insorgenza
di alcune malattie legate al consumo di alimenti animali.
Per prevenire l'aumento di emissioni di gas serra occorre ridurre
sia il livello globale dei consumi di prodotti animali,
sia l'intensità
delle emissioni. La proposta è quella di una strategia di contrazione
dei consumi e convergenza verso un
livello di consumo sostenibile.
L'attuale media globale dei consumi di carne è di 100 grammi al
giorno per persona, ma
con molte differenze (anche di 10 volte)
tra le varie regioni del mondo (vedi tabella).
L'unica soluzione è dunque quella di ridurre il consumo di prodotti
animali da parte dei paesi più ricchi, e fissare
una soglia da
non
superare per i paesi in via di sviluppo, in modo che tutti i paesi
convergano verso lo
stesso livello di consumo, molto più basso
di quello attuale dei paesi ricchi: non più di 90 grammi di carne
al giorno pro-capite.
Tabella:
Regione - Consumi giornalieri di carne pro-capite in grammi
Africa 31
Asia meridionale e orientale 112
Asia occidendale (compreso il medio oriente) 54
America Latina 147
Paesi in via di sviluppo (media) 47
Paesi sviluppati (media) 224
Totale 101
Per arrivare a 90 grammi, nei paesi industrializzati come l'Italia,
occorre dunque più che dimezzare il consumo di carne,
per la precisione
arrivare a un consumo che sia del 40% rispetto all'attuale.
Secondo l'articolo del Lancet, in alcuni paesi l'energia totale
spesa
per la produzione di cibo è molto superiore a quella ottenuta
dal cibo stesso, il che non è ormai più sostenibile.
Un altro
aspetto messo in luce è quello della scarsità del terreno utilizzabile
per coltivare mangimi per gli animali o
per far pascolare gli
animali. Ormai la domanda crescente di carne che arriva dai paesi
in via di sviluppo può
essere soddisfatta (e solo in parte) usando
le foreste pluviali del Sud America, specie del Brasile, Bolivia
e Paraguai.
L'articolo degli esperti di nutrizione illustra inoltre una serie
di
punti e dati statistici molto interessanti e precisi che vogliamo
qui
riassumere:
- Le emissioni di gas serra causate dal settore
agricolo sono pari al
22% del totale; come percentuale questa è simile a quella dovuta
all'industria e maggiore di quella dovuta al settore dei trasporti.
L'allevamento di bestiame (compresa la coltivazione del mangime
e il trasporto) contribuisce per l'80% al totale del settore agricolo.
- Il metano e l'ossido nitroso - entrambi potenti
gas serra e
strettamente associati all'allevamento di bestiame - contribuiscono
al totale per il settore agricolo molto di più dell'anidride carbonica.
- Data la situazione, è urgente un intervento
per bloccare le emissioni dovute all'agricoltura e soprattutto
all'allevamento.
Invece, il numero di animali allevati è in crescita
continua e si prevede che lo sarà ancora per decenni, specie nei
paesi in via di sviluppo.
- Le tecnologie applicabili a costo sostenibile possono ridurre
le
emissioni al massimo di un 20%, per questo l'unica soluzione
realisticamente applicabile è quella della contrazione dei consumi.
La conclusione degli scienziati, con la quale il NEIC - Centro
Internazionale di Ecologia della Nutrizione - non può che essere
d'accordo, e che farà il possibile per diffondere e sostenere,
è che il
problema del cambiamento climatico richiede risposte forte e radicali.
Come sostengono gli autori dell'articolo, all'obiezione secondo
cui la diminuzione dei consumi e la convergenza verso un
livello
comune non potrà funzionare perché la gente ama mangiare carne,
si deve rispondere con l'urgenza e la necessità
estrema di un
cambiamento per fermare un problema ben più serio delle preferenze
alimentari delle persone.
Le persone più informate, nei paesi ricchi, specie in Gran Bretagna,
stanno già dimostrando di voler ridurre il consumo di cibi animali,
a
quanto sembra soprattutto per prevenire il rischio di malattie
cardiovascolari. Per aiutare le persone a fare questa scelta,
affermano gli autori, sarà utile eliminare i sussidi statali alla
produzione
di mangimi animali (grano e soia), in modo che il prezzo
al consumo rispecchi i reali costi, e quindi aumenti.
Questo inoltre
aiuterebbe a dirottare i raccolti verso i paesi poveri, per il
diretto consumo umano, riducendo la
"concorrenza" tra
la coltivazione di cibo per gli animali e quella di cibo per gli
umani.
La proposta porterebbe a molti effetti collaterali positivi: una
dieta
più sana, migliore qualità dell'aria, maggiore disponibilità di
acqua,
una razionalizzazione dell'uso dell'energia e della produzione
di cibo.
Naturalmente, aggiungono gli esperti del NEIC, maggiore sarà la
contrazione dei consumi di alimenti animali,
maggiore sarà il
benessere che si può raggiungere da ogni punto di vista: impatto
sull'ambiente, consumo
di risorse ed energia, salute, benessere
degli animali.
Comunicato del NEIC - Centro Internazionale
di Ecologia della Nutrizione
http://www.nutritio necology. org/it/
Fonte: Anthony J McMichael, John W Powles, Colin
D Butler, Ricardo Uauy,
Food, livestock production, energy, climate change, and health,
The
Lancet, September 13, 2007
http://www.eurekale rt.org/images/ release_graphics /pdf/EH5.
pdf
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La zootecnica pone una grave
minaccia sull'ambiente
Occorrono al più presto contromisure
Roma,
29 novembre 2006 - Cosa causa più emissioni di gas serra:
allevare mucche o guidare macchine? Difficile da credersi, ma
secondo un nuovo rapporto pubblicato dalla FAO, il settore zootecnico
produce più emissioni di gas serra il 18 per cento misurato
in biossido di carbonio (CO2) - che i trasporti. Non solo, ma
esso è anche una delle cause principali di degrado del suolo
e delle risorse idriche.
Il bestiame è tra i maggiori responsabili di alcuni tra i problemi
più gravi con cui l'ambiente deve oggi fare i conti. È necessario
che s'intervenga con urgenza per porre rimedio a questa situazione",
dice Henning Steinfeld, a capo del settore informazione e politiche
del bestiame della FAO, ed uno degli autori del rapporto.
Con l'aumento del benessere, si registra ogni anno un notevole
aumento del consumo mondiale di carne e di prodotti caseari.
La produzione mondiale si prevede raddoppierà, passando dai
229 milioni di tonnellate del biennio 1999/2001 a circa 465
milioni di tonnellate per il 2050, mentre quella di latte aumenterà
nello stesso periodo da 580 a 1043 milioni di tonnellate.
Un caro prezzo per l'ambiente
Il settore zootecnico mondiale cresce attualmente ad un ritmo
più veloce di qualsiasi altro settore rurale. Dà da vivere a
circa 1.3 miliardi di persone e rappresenta circa il 40 per
cento della produzione agricola complessiva. Per molti contadini
poveri dei paesi in via di sviluppo il bestiame rappresenta
anche una fonte importante di energia rinnovabile ed una fonte
essenziale di fertilizzante organico.
Ma proprio questa crescita così rapida ha comportato un caro
prezzo per l'ambiente secondo il rapporto FAO Livestocks
Long Shadow Environmental Issues and Options. I costi ambientali
per unità di bestiame devono essere dimezzati se vogliamo evitare
che la situazione peggiori ulteriormente avverte il rapporto.
Includendo le emissioni da uso delle terre e da cambiamento
nell'uso delle terre, il settore zootecnico incide per il nove
per cento di CO2 derivante da attività imputabili all'uomo,
ma produce una percentuale molto più alta di gas serra anche
più dannosi. Infatti genera il 65 per cento dell'ossido nitroso
da attività umana, che ha 296 volte il Potenziale di Riscaldamento
Globale (GWP) del biossido di carbonio (CO2), la maggior parte
generato dal letame.
Le piogge acide
Ed è responsabile del 37 per cento di tutto il metano da attività
umane (che contribuisce al riscaldamento 23 volte di più del
CO2), prodotto dal sistema digestivo dei ruminanti, e del 64
per cento dell'ammoniaca, che contribuisce in modo notevole
alle piogge acide.
Si stima che il bestiame utilizzi attualmente il 30 per cento
dell'intera superficie terrestre, si tratta per lo più di pascoli
permanenti ma secondo il rapporto comprende anche un 33 per
cento di terra arabile, usata per produrre foraggio. Poiché
le foreste vengono abbattute per creare nuovi pascoli, è anche
causa di deforestazione, specialmente in America Latina, dove
per esempio circa il 70 per cento delle foreste amazzoniche
abbattute, sono state convertite in terreno a pascolo.
Le terre e le acque
Contemporaneamente sottolinea il rapporto le mandrie sono all'origine
del degrado del terreno su larga scala, circa il 20 per cento
dei pascoli infatti sono degradati a causa dello sfruttamento
eccessivo, del compattamento e dell'erosione del suolo. Questa
cifra è anche più alta nelle terre aride, dove politiche inappropriate
ed una gestione inadeguata del bestiame ha contribuito all'avanzamento
della desertificazione.
Il settore zootecnico è tra quelli che arreca maggiori danni
alle già scarse risorse idriche del pianeta, contribuendo tra
l'altro all'inquinamento dell'acqua, al fenomeno dell'eutrofizzazione
(l'abnorme proliferazione di biomassa vegetale dovuta all'eccessiva
presenza di nutrienti quali nitrati e fosfati) e alla degenerazione
dei reef corallini. I principali agenti inquinanti sono i rifiuti
animali, gli antibiotici e gli ormoni, i composti chimici provenienti
dalle concerie, i fertilizzanti ed i pesticidi. Lo sfruttamento
eccessivo dei pascoli su larga scala interferisce con il ciclo
dell'acqua, riducendo il rifornimento delle falde sia di profondità
che di superficie. Inoltre notevoli quantità d'acqua sono prelevate
per la produzione di foraggio.
Il bestiame è ritenuto la principale fonte terrestre di contaminazione
da fosforo ed azoto del Mar Cinese Meridionale, contribuendo
così anche alla perdita di biodiversità degli ecosistemi marini.
Il bestiame, sia destinato al consumo di carne che di latte,
rappresenta ormai circa il 20 per cento di tutta la biomassa
animale terrestre. Secondo il rapporto la presenza di allevamenti
contribuisce in modo significativo alla perdita di biodiversità,
si stima infatti che se 15 su 24 importanti ecosistemi sono
in declino la causa è da addebitarsi al bestiame.
Soluzioni
Il rapporto, che è stato realizzato con il sostegno dell'Iniziativa
multistituzionale Bestiame, Ambiente e Sviluppo (LEAD), propone
espressamente di prendere in considerazione questi costi ambientali
e suggerisce una serie di misure per porre rimedio alla situazione,
tra cui:
Degrado del terreno: controllare l'accesso ed eliminare gli
ostacoli alla mobilità nei pascoli comuni. Utilizzare metodi
di conservazione del suolo e di silvo-pastoralismo, insieme
all'esclusione controllata del bestiame dalle zone più fragili;
meccanismi di pagamento per i servizi ambientali nell'utilizzazione
di terre destinate al pascolo per aiutare a ridurre ed ad invertire
il degrado delle terre.
Atmosfera e clima: incrementare l'efficienza della produzione
animale e dell'agricoltura foraggiera. Migliorare l'alimentazione
degli animali per ridurre la fermentazione enterica e le conseguenti
emissioni di metano, ed avviare impianti di biogas per riciclare
il letame.
Acqua: migliorare l'efficienza dei sistemi irrigui, introducendo
tasse per scoraggiare la concentrazione su larga scala di allevamenti
zootecnici in prossimità dei centri urbani.
Queste questioni saranno questa settimana al centro della discussione
di una riunione della FAO a Bangkok che cercherà di definire
le prospettive future della produzione zootecnica a livello
mondiale.
Articolo
dal sito della FAO:
http://www.fao.org/newsroom/it/news/2006/1000448/index.html
Per maggiori informazioni:
Christopher Matthews
Ufficio stampa FAO
christopher.matthews@fao.org
(+39) 06 570 53762
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